un sermone da Aiuto Biblico

Un sermone
dal Pastore Marco deFelice

Preghiamo che questo sermone ti sarà di aiuto a conoscere di più Dio per mezzo di Gesù Cristo, aumentando la tua fede.

Per stampare questo sermone, suggeriamo che torni in dietro e scegli la versione PDF, che è già impaginata da stampare.

Si usa Ctrl +   e  Ctrl -  per cambiare la grandezza dei caratteri

email questo link

Lezioni da Giobbe 3-6:
non dobbiamo attenderci le benedizioni terrene in base ai nostri meriti

di Marco deFelice, www.aiutobiblico.org per mercoledì, 7 aprile, 2010 ---- cmd na -----
Parole chiave: Giobbe, sofferenze, benedizioni materiali e salute, vangelo della prosperità, falso insegnamento

Cominciamo con il ricordare quello che abbiamo già visto nei capitoli 1 e 2 del libro di Giobbe. Dio ci permette di vedere quanto accade dietro le quinte in cielo riguardo a quello che avverrà nella vita di Giobbe, cosa che Giobbe stesso non può vedere. Similmente, nella nostra vita, Dio non ci permette di vedere dietro le quinte. Dobbiamo fidarci della persona di Dio, sapendo che Dio è in controllo di tutto anche se, magari al momento in cui determinate cose succedono, non ne comprendiamo il perché Dio le faccia o le permetta.

Nei capitoli 1 e 2, Giobbe subì terribili mali, aveva immensa sofferenza, aveva il cuore rotto dalla perdita dei figli, dei servi e dei suoi animali.

Poi a Satana fu permesso di fargli perdere la salute e l'unica rimasta della famiglia, sua moglie, lo disprezzava e lo istigava a maledire Dio e a morire. Nonostante le sofferenze, Giobbe continuò a fidarsi di Dio.

Poi tre amici arrivarono per consolarlo e furono talmente colpiti dal livello delle sue sofferenze che restarono in silenzio per sette giorni, seduti per terra con Giobbe, senza dire parola alcuna. Il capitolo 3 inizia a questo punto con lo sfogo di Giobbe.

Giobbe si sfoga

Giobbe ha questi amici là con lui, ma questi amici non hanno parole di incoraggiamento. Perciò, con la sofferenza che continua ad imperversare nella sua vita, Giobbe diventa spiritualmente stanco e manifesta questa sua stanchezza con uno sfogo.

Leggiamo assieme il capitolo 3:

1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita. 2 Così Giobbe prese la parola e disse: 3 «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte che disse: "È stato concepito un maschio!". 4 Quel giorno sia tenebre, non se ne curi Dio dall'alto, né splenda su di esso la luce! 5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, si posi su di esso una nube, la tempesta del giorno lo spaventi! 6 Quella notte se la prenda l'oscurità, non sia inclusa nei giorni dell'anno, non entri nel conto dei mesi! 7 Sì, quella notte sia notte sterile, non penetri in essa alcun grido di gioia. 8 La maledicano quelli che maledicono il giorno, quelli esperti nell'evocare Leviathan. 9 Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, aspetti la luce, ma non ne abbia alcuna e non veda lo spuntar del giorno, 10 perché non chiuse la porta del grembo di mia madre e non celò il dolore ai miei occhi. 11 Perché non sono morto nel grembo di mia madre? Perché non spirai appena uscito dal suo ventre? 12 Perché mai mi hanno accolto le ginocchia, e le mammelle per poppare? 13 Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei riposo, 14 insieme ai re e ai consiglieri della terra, che si sono costruiti rovine desolate, 15 o insieme ai principi che possedevano oro o che riempirono d'argento i loro palazzi. 16 O perché non sono stato come un aborto nascosto, come bimbi che non hanno mai visto la luce? 17 Laggiù i malvagi smettono di tormentare, laggiù riposano gli stanchi. 18 Laggiù i prigionieri stanno tranquilli insieme, senza più sentire la voce dell'aguzzino. 19 Laggiù ci sono piccoli e grandi, e lo schiavo è libero dal suo padrone. 20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza, 21 i quali aspettano la morte che non viene, e la ricercano più dei tesori nascosti; 22 si rallegrano grandemente ed esultano quando trovano la tomba? 23 Perché dar la luce a un uomo la cui via è nascosta, e che Dio ha rinchiuso da ogni parte? 24 Invece che prender cibo io sospiro, e i miei gemiti sgorgano come acqua. 25 Poiché quel che grandemente temo mi piomba addosso, e ciò che mi spaventa mi succede. 26 Non ho tranquillità, non ho quiete, non ho riposo, ma mi assale l'agitazione».” (Giobbe 3 LND)

Vediamo allora di cogliere assieme gli aspetti salienti del brano che abbiamo letto: in questo capitolo, Giobbe sta dicendo che sarebbe stato meglio per lui non nascere. Questo non è buono agli occhi di Dio ed è pure in contrasto con quello che Giobbe stesso aveva detto al verso 2:10, parlando con la moglie:

“Ma egli disse a lei: "Tu parli come parlerebbe una donna insensata. Se da DIO accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?". In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.” (Giobbe 2:10 LND).

Notiamo invece il pensiero di Giobbe in 3:13-17:

“13 Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei riposo, 14 insieme ai re e ai consiglieri della terra, che si sono costruiti rovine desolate, 15 o insieme ai principi che possedevano oro o che riempirono d’argento i loro palazzi. 16 O perché non sono stato come un aborto nascosto, come bimbi che non hanno mal visto la luce? 17 Laggiù i malvagi smettono di tormentare, laggiù riposano gli stanchi.” (Giobbe 3:13-17 LND)

Il pensiero qui espresso da Giobbe è falso: egli sta dicendo quello che dicono in tanti, cioè che è meglio essere morti piuttosto che soffrire. Dicendo questo, si sostiene erroneamente la tesi che, una volta morta, una persona, chiunque lei sia, non soffre più. Però, questo non è vero, nel senso che non è per tutti vero ma lo è solamente per coloro che hanno fede in Dio e si sono ravveduti. Ma per tutti gli altri questa affermazione non è vera perché nessuna sofferenza della vita è paragonabile alla sofferenza dopo la morte.

In quello che dice qui, vediamo quanto Giobbe stesse guardando alle sue sofferenze e, in quel momento, non più a Dio.

Infatti, man mano che andiamo avanti in questo libro, vediamo che, quanto più Giobbe si mette nelle mani di questi amici e ascolta le loro parole, più si agita.

Infatti egli dichiara il suo stato d'animo nell'ultimo versetto di questo capitolo:

“Non ho tranquillità, non ho quiete non ho riposo, ma mi assale l’agitazione".” (Giobbe 3:26 LND).

In realtà, da questo momento Giobbe non sta guardando più a Dio come in precedenza ed infatti inizia a peccare, come egli stesso riconoscerà dopo, proprio come riportato alla fine del libro.

È quindi molto importante avere in mente la conclusione di questo libro per capire correttamente tutto quello che stiamo per vedere da questo capitolo in avanti. Voglio già leggere quello che Giobbe dirà più avanti di se stesso:

“4 "Ecco, sono così meschino, che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. 5 Ho parlato una volta, ma non parlerò più; sì, due volte, ma non aggiungerò altro".” (Giobbe 40:4-5 LND).
“Perciò provo disgusto nei miei confronti e mi pento sulla polvere e sulla cenere".” (Giobbe 42:6 LND).

Giobbe inizia bene, molto bene, come uomo timorato di Dio. Però, di fronte ad una profondissima prova, circondato da persone che sono un'influenza sbagliata per lui, Giobbe cade nel peccato. Tuttavia, egli non resta in quella condizione ma si ravvede ed è per questo che è descritto nella Bibbia come un uomo integro.

Gli uomini migliori sbagliano e cadono, ma si ravvedono! E la salvezza è e resta sempre per la grazia di Dio che non si stanca di perdonare.

Capitoli 4 e 5: il primo discorso stolto degli amici

Con il capitolo quattro, iniziamo la parte più grande del libro di Giobbe e che è stato mal compresa da tante persone. Dal capitolo 4 al capitolo 31, i tre amici di Giobbe gli parlano e Giobbe risponde loro. In realtà, quello che dicono questi tre amici è sbagliato. Questo viene dimostrato chiaramente da quello che Dio dichiara loro in Giobbe 42:7-8. Leggiamo quei versetti:

“7 Ora, dopo che l’Eterno ebbe rivolto queste parole a Giobbe, l’Eterno disse a Elifaz di Teman: "La mia ira si è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me rettamente, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendete con voi sette tori e sette montoni, andate dal mio servo Giobbe e offrite un olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi; e così per riguardo a lui non vi tratterò secondo la vostra follia, perché non avete parlato di me rettamente come ha fatto il mio servo Giobbe".” (Giobbe 42:7-8 LND).

Quello che questi tre amici avevano detto non era retto, quello che avevano detto di Dio era sbagliato!

È molto triste, ma tante persone leggono il libro di Giobbe pensando che quello che viene detto da questi uomini sia giusto.

Pensate a questo: i discorsi di questi uomini sono così sbagliati che vengono severamente rimproverati da Dio e l'ira di Dio si accende contro di loro. Quindi, tali discorsi non solo non vanno bene, ma sono veramente contrari alla volontà di Dio.

Pensate allora quanto è sbagliato leggere questi capitoli pensando che questi siano discorsi buoni da cui imparare verità che riguardano Dio e la vita con Lui! Questo è proprio il contrario della verità!

Che questo sia, per ciascuno di noi, un ricordo dell'importanza di capire e di esporre rettamente e correttamente la Parola di Dio!

Infatti non guarderemo tutti questi capitoli, ma vogliamo vedere abbastanza per capire, in linea generale, ciò che accomuna i discorsi errati pronunciati da questi amici di Giobbe.

Il punto principale del discorso tenuto da Elifaz in questo capitolo è che il male succede solamente a coloro che operano del male,mentre, a coloro che fanno il bene, non può che accadere del bene.

Per esempio, leggiamo di questo nei seguenti versetti di Giobbe 4:

“2 "Se qualcuno provasse a parlarti. ti darebbe fastidio? Ma chi potrebbe trattenere le parole? 3 Ecco tu ne hai ammaestrati molti e hai fortificato le mani stanche, 4 le tue parole hanno sorretto i vacillanti, e hai rinfrancato le ginocchia che si piegavano. 5 Ma ora che il male succede a te, vieni meno; ha colpito te, e sei tutto smarrito. 6 La tua pietà non è forse la tua fiducia, e l’integrità della tua condotta, la tua speranza? 7 Ricorda: quale innocente è mai perito, e quando mai furono distrutti gli uomini retti? 8 Come io stesso ho visto, quelli che arano iniquità e seminano guai, ne raccolgono i frutti.” (Giobbe 4:2-8 LND).

In breve, Elifaz sta dicendo a Giobbe: prima tu camminavi bene e le cose ti andavano bene. Ora il male è arrivato su di te e questo ti sta accadendo perché stai camminando male.

Notate in particolare il v.6. Elifaz dice a Giobbe:

“La tua pietà non è forse la tua fiducia, e l’integrità della tua condotta, la tua speranza?” (Giobbe 4:6).

In altri termini, Elifaz dice: Giobbe, tu non ti fidi di Dio, hai fiducia in te stesso. Ecco, vedi, ti trovi in una condizione di peccato ed è per questo che ti stanno succedendo queste cose brutte.

Poi, nei vv.7-8, Elifaz dichiara che il male succede solo a chi è malvagio, a chi non segue Dio come dovrebbe. Leggo ancora questi versi:

“7 Ricorda: quale innocente è mai perito, e quando mai furono distrutti gli uomini retti? 8 Come io stesso ho visto, quelli che arano iniquità e seminano guai, ne raccolgono i frutti.” (Giobbe 4:7-8 LND).

Capitolo 5:

Il discorso tenuto da Elifaz si basa chiaramente sul fatto che Giobbe soffre perché ha peccato e, quindi, egli spiega a Giobbe l'importanza della disciplina per fare tornare un uomo sulla via retta.

Però, questa affermazione, cioè che Giobbe soffre a causa del peccato, non è corretta. Elifaz ha come base del suo discorso una posizione che non è vera. Quindi, con questa posizione, Elifaz vorrebbe insinuare una cosa falsa, cioè che Giobbe soffre a causa del suo peccato.

Notiamo questa sua posizione leggendo il capitolo 5 per intero. Per esempio, ai versi 5-8 troviamo scritto:

“8 Io però cercherei Dio, e a Dio affiderei la mia causa, 9 a lui, che fa cose grandi e imperscrutabili, meraviglie senza numero, 10 che dà la pioggia sulla terra e manda le acque sui campi; 11 innalza gli umili e mette al sicuro in alto gli afflitti.” (Giobbe 5:8-11 LND)

Ecco cosa dice Elifaz a Giobbe nel v.8: io cercherei Dio! In altre parole, egli sta dicendo: Giobbe, se fossi in te, io cercherei Dio, lascerei il mio peccato e prenderei la strada dell'ubbidienza.

Ovvero ancora, egli dice: Giobbe, si vede che Dio ha permesso che del male venisse su di te, perciò tu non sei fra gli umili! Dio cura gli umili (v.11), e poiché tu non sei umile, Egli non ti sta curando!

Se leggessimo i vv.12-16, noteremmo come Elifaz continua a sostenere la tesi che Dio manda il male sui malvagi, sui perversi e, in sostanza, dice a Giobbe che lui è uno di loro.

Ancora, nei vv. 17-26 Elifaz sottolinea il fatto che Dio disciplina per far tornare l'uomo sulla strada giusta. Egli dice a Giobbe: se tu accetti che questa sia la disciplina di Dio e, quindi, se riconosci il tuo peccato, allora tutto ti andrà bene e le cose brutte non succederanno a te.

Una punto importante da notare nel discorso di Elifaz è che, dichiarando quanto abbiamo finora detto, vuole rimarcare che, mentre Giobbe è in una condizione di peccato e per questo sta soffrendo, egli, Elifaz, non sta soffrendo e perciò non sta nel peccato.

Questo fatto è subdolo ed è importante da evidenziare.

Il pensiero che coloro che camminano bene vengono benedetti da Dio, mentre a coloro che cammino male arrivano le cose brutte e spiacevoli della vita, non solo non è vero, ma in modo subdolo comunica l'idea che avere le benedizioni, soprattutto terrene, dipende per lo meno parzialmente dal merito della persona.

Secondo questo modo di vedere le cose, chi sta bene chi ha buona salute ed ha belle cose materiali, potrebbe credere che sta bene perché cammina bene. Quindi, a quel punto, quello che ha non è per grazia, ma, almeno parzialmente, lo possiede per merito.

Questo è falso! Le benedizioni non sono un risultato del nostro merito, sono date da Dio per la Sua grazia. In Atti 14, parlando con quelli di Listra, dopo che alcune persone avevano cercato di fare un sacrificio a Paolo e Barnaba, Paolo dichiara:

“15 "Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo esseri umani con la vostra stessa natura e vi annunziamo la buona novella, affinché da queste cose vane vi convertiate al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi. 16 Nelle generazioni passate egli ha lasciato che tutte le nazioni seguissero le loro strade; 17 ma non ha lasciato se stesso senza testimonianza, facendo del bene, dandoci dal cielo piogge e stagioni fruttifere e riempiendo i nostri cuori di cibo e di gioia".” (Atti 14:15-17 LND)

Dio manda le piogge e le stagioni fruttifere ai buoni e ai malvagi. Quindi, non è vero che si può capire il cammino di una persona in base al fatto che la sua vita sia ricca o meno di benedizioni terrene. Questo è l'errore più grave insito nei discorsi degli amici di Giobbe.

Ciò che rende difficile riconoscere questo loro errore è che questi amici dicono tante verità oltre agli errori che sostengono. Quindi, una semplice lettura di questi capitoli potrebbe creare confusione. Bisogna tener conto del contesto e, soprattutto, del fatto che, alla fine del libro di Giobbe, Dio condanna i discorsi di questi uomini.

Notate il v.27, che è una dichiarazione nata dall'orgoglio di Elifaz:

“Ecco ciò che abbiamo trovato; è così. Ascoltalo e fanne profitto".” (Giobbe 5:27 LND)

Elifaz dichiara con queste parole che egli e gli altri amici di Giobbe hanno ragione, cioè che le cose stanno come dicono loro!

Giobbe risponde (capitolo 6)

Nel capitolo 6 dell'omonimo libro, Giobbe si difende contro queste accuse false mosse dai suoi amici.

Nei vv. 1-9 lo vediamo parlare della sua condizione e manifestare tutto il suo malesserementre, al v. 10 lo vediamo esprimere la sua vera consolazione cioè che non aveva nascosto la parole del Santo. In altre parole, in questi versi egli contrasta apertamente l'accusa di Elifaz che era un ipocrita e dichiara di non aver abbandonato Dio e di camminare ancora per fede.

Dopo essersi difeso, Giobbe passa al contrattacco e, al v.14, critica Elifaz e gli altri, che erano evidentemente d'accordo con lui, perché, anziché portare a lui parole di consolazione, lo avevano attaccato e, peggio ancora, in modo ingiusto. Con le loro parole questi amici di Giobbe avevano trovato un modo di innalzare loro stessi accusandolo falsamente.

Così, nei vv. 15-21, Giobbe manifesta ai suoi amici come il loro aiuto fosse totalmente vano e li rimprovera, a giusta ragione, per le loro parole:

“15 Ma i miei fratelli mi hanno deluso come un torrente, come l’acqua dei torrenti che svaniscono. 16 S’intorbidiscono a motivo del ghiaccio, e in essi la neve si nasconde, 17 ma nella stagione calda svaniscono; con il calore estivo scompaiono dal loro posto. 18 Il percorso del loro cammino devia, si inoltrano nel deserto e si dissolvono. 19 Le carovane di Tema li cercano attentamente, i viandanti di Sceba sperano in essi, 20 ma rimangono delusi nonostante la loro aspettativa; quando vi giungono rimangono confusi. 21 Ora per me voi siete lo stesso, vedete il mio sgomento e avete paura.” (Giobbe 6:15-21 LND).

Giobbe dice di essere deluso dai suoi amici come lo si può essere di un torrente, cioè come si resta delusi da un torrente che promette tanto ma, alla fine, non produce l'acqua dove serve e si rivela quindi totalmente inutile, non producendo il bene promesso ma lasciando solo una illusione dello stesso. Ecco infatti cosa dice Giobbe, nel v.21, ai suoi amici a riguardo di ciò: ora, per me, voi siete come un torrente; avevo sperato di trarre qualche giovamento da voi, qualche aiuto, ma non mi avete portato niente di buono con i vostri discorsi vani e menzogneri.

Pertanto, nei vv. 22-30, Giobbe lancia una specie di sfida ai suoi amici, per mostrare loro che sbagliavano:

“22 Vi ho forse detto: "datemi qualcosa”, o “fatemi un regalo preso dai vostri beni", 23 o “liberatemi dalle mani del nemico”, o riscattatemi dalle mani dei violenti? 24 Istruitemi, starò in silenzio; fatemi capire in che cosa ho sbagliato. 25 Quanto sono efficaci le parole rette! Ma che cosa provano i vostri argomenti? 26 Intendete forse censurare le mie parole e i discorsi di un disperato, che sono come il vento? 27 Voi gettereste la sorte anche su un orfano e scavereste una fossa per il vostro amico. 28 Ma ora degnatevi di guardarmi, perché non mentirò davanti a voi. 29 Ricredetevi, vi prego, non si faccia ingiustizia! Sì ricredetevi, perché c’è di mezzo la mia giustizia. 30 C’è forse iniquità sulla mia lingua o il mio palato non distingue più le sventure?".” (Giobbe 6:22-30 LND).

Egli dice loro: non vi avevo chiesto soldi o altro. Non vi avevo richiesto aiuto. Piuttosto, volevo da voi solamente un consiglio, desideravo trarre intendimento (v.25).

Invece, gli amici di Giobbe volevano criticarlo attraverso un discorso inerente alle cose di Dio.

Così Giobbe finisce il suo di discorso sfidando i suoi amici.

Applicazione

Leggere tutto questo, senza pensare a come applicarlo a noi, serve a ben poco.

Quanto grande è il pericolo di creare una dottrina nostra, fatta di pezzi della Verità, una dottrina che suona bene, che sembra corretta ma che, in realtà, non è la Verità. Dobbiamo evitare questo grave errore, anzi, questo grave peccato.

Le benedizioni di Dio NON sono il risultato o la conseguenza del nostro merito.

Pensando infatti al discorso stolto di Elifaz, non è affatto vero che il bene giunge nella vita di chi cammina bene e il male nella vita di chi cammina male. Nel caso di Giobbe, terribili mali sono arrivati nella sua vita, ma NON causati da alcun peccato da lui commesso.

email questo link